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RELAZIONE STORICA

L'immagine urbana

L'impianto originale della città di Vicenza è di tipica organizzazione romana.
Quattro ponti permettevano di superare i fiumi: Ponte degli Angeli, sul fiume Astico, Ponte S. Paolo, Ponte Furo e Ponte delle Barche sul fiume Retrone.
Entro l'abbraccio delle acque si sviluppavano i caratteristici assi perpendicolari, il "cardo maximus", in direzione nord-sud, e il "decumanus", qui un tratto della via Postumia che andava da Genova ad Aquileia, ossia in termini di toponomastica attuale il percorso delle contrade Porti, del Monte e oltrepassata la Piazza dei Signori, della Pescheria, ortogonale all'odierno Corso Palladio, pressoché paralleli a questi i "cardines" e "decumani" minori.
Il "Decreto edilizio" promulgato dal Podestà Guglielmo di Pusterla nel 1208 aveva il compito di disciplinare una crescita spesso disordinata che andava ad alterare la griglia originaria del reticolo romano.
La città nel XIII secolo aveva ancora rispettato la scacchiera dell'urbanizzazione romana, ampliandosi, anche se non di molto, andando ad inglobare aree di nuova espansione quali la Bassura dell'Isola lungo il Bacchiglione o l'area attorno all'antico teatro Berga, oltre il Retrone.
Inevitabile comunque, fermo restando il dominio dello schema ad assi ortogonali, l'accostamento dello sviluppo ad una tendenza radiocentrica tipica del periodo medievale a realizzare un perimetro circolare, entro termini pressoché equidistanti da un punto intermedio tra la Cattedrale e la residenza del Comune.
Verranno poi le prepotenze padovane, le supremazie signorili scaligere e veneziane, i padovani muniranno di mura dal 1266 il "Castello dell'Isola", gli scaligeri quello della porta ad occidente con il poderoso torrione (1343) e circonderanno di mura il Borgo S. Pietro, con le Porte di S. Lucia e di Padova (1369), e quello di Porta Nuova, con i capisaldi della Rocchetta e di Porta S. Croce. Spetta agli scaligeri il merito di aver concluso la dimensione urbana nella riunione dei Borghi, anche se il risultato non fu ottimale.

Nella seconda metà del 1200 si poteva seguire la cortina muraria partendo da Piazza Castello, muovendo verso sud, imboccando contrà Mura Pallamaio, valicato Ponte Furo, giunti in piazzola S. Giuseppe per contrà Porton del Luzo fino a piazzola Gualdi, di lì attraversata contrà del Pozzetto si giunge a contrà Mure S. Michele e contrà delle Barche, superando il ponte omonimo sul fiume Retrone, poco dopo il ponte il fiume si univa all'altro fiume cittadino, il Bacchiglione, confluenza spostata più a valle tra il 1870 ed il 1880.
Passato il Ponte delle Barche le mura si scostavano per lasciar posto alla zona portuale dell'Isola, per riprendere più avanti circa di fronte al futuro palazzo palladiano dei Chiericati, lungo la via Levà degli Angeli raggiunto l'attacco del Ponte degli Angeli, tagliato in diagonale Largo Goethe, si risale contrà delle Canove per piegare poi per contrà Motton Pusterla, valicata contrà Porti si entra in Pedemuro S. Biagio, al termine al di là di Corso Fogazzaro entriamo in contrà Motton S. Lorenzo, per raggiungere attraverso contrà Mure Porta Castello, nuovamente in Piazza Castello.
Il circuito totale misurava 2620 metri ed ospitava molto probabilmente, chiudendosi il '200, cinque o seimila abitanti.
Questa cinta muraria era attraversata da cinque porte principali: ad occidente la Porta Feliciana, attraverso la quale la popolazione andava a visitare la chiesa dei Santi Felice e Fortunato; al termine opposto dell'antico "decumanus", in capo al ponte sul Bacchiglione, stava la Porta S. Pietro; due porte tagliavano la cortina settentrionale, la Porta Pusterla concludeva il "cardo maximus", sull'asse nord-sud, la seconda era Porta Nuova; sul versante meridionale stava la Porta di Berga, in posizione pressoché centrale tra la Porta S. Pietro ad oriente e la Porta Feliciana ad occidente. È poi nota la presenza di altre porte secondarie.
Tutt'intorno alle mura scorrevano, ad ulteriore difesa le acque. Tra le mura e l'acqua si identificava un'area detta "piarda" nella quale non si poteva ne costruire ne coltivare.


La Rocchetta

Le cronache ci riportano che, nei primi anni del loro dominio, dal 1311 in poi, gli Scaligeri, per difendere il settore nord-occidentale della città, si servirono della cosiddetta Porta Nova nella vecchia cinta, esistente dalla seconda metà del secolo XI presso l'abside francescana di San Lorenzo.
Fuori le mura però si erano gia insediati dei nuclei abitativi, giù verso il Bacchiglione fino, si può presumere, alla chiesa di Santa Croce con annesso ospedale dei pellegrini, di cui si ha notizia fin dal 1179.
Sarà nell'ultimo quarto del secolo XIV, alla fine della Signoria di Cansignorio e sotto quella del figlio Antonio, che questi in un estremo tentativo di consolidare le proprie posizioni matureranno l'idea di fortificare adeguatamente tutta la zona nord-occidentale di nuova espansione della città compresa tra il Bacchiglione e gli odierni assi viari di corso Fogazzaro e contrà Santa Croce, da una parte, e corso San Felice dall'altra, dove si erano insediate delle abitazioni al di fuori dell'allora Porta Feliciana. Questa operazione sarà effettuata in momenti distinti anche se strettamente successivi e organici.
Prima di tutto si cercò di restringere l'area da difendere anche per ovvie ragioni economiche oltre che per motivazioni di origine bellica.
Il primo passo fu quello di abbattere tutto il borgo San Felice, perché non potendo ovviamente spostare il corso del fiume Bacchiglione fu arretrato verso nord l'asse meridionale. La drastica operazione che miracolosamente risparmiò le chiese del borgo, preludeva al secondo passo: erigere, nello stesso spazio vuoto, risultante dalle demolizioni, un castello a sicurezza della città.
Questo castello altro non era che la "Rocchetta", in angolo tra l'attuale via Cattaneo e viale Mazzini, la cui costruzione si fa risalire al 1365.
La terza fase dei lavori consisteva nell'apertura di una nuova porta urbana in capo al Borgo di Santa Croce, databile al 1381.
L'ultimo passo dell'operazione difensiva consisteva nel raccordare la Rocchetta e la nuova porta Santa Croce per mezzo di una cortina di mura, a sua volta unita ai due estremi alla vecchia cinta.
Il progettista è tuttora ignoto anche se la tradizione fa coincidere quel "Giovanni architetto" con Giovanni da Ferrara che aveva operato a Verona tra il 1373 e il 1375, assieme a Giacomo da Goro, in occasione della costruzione del Ponte Navi, e forse quello di Castelvecchio, che ritroviamo poi con Nicolò da Ferrara, impegnato dal 1386 al 1398 in San Zeno a costruirvi l'abside e a rivestire le capriate con il magnifico soffitto a carena.
All'interno del circuito risultante il quartiere viene impostato ad isolati regolari piuttosto grandi, spaziato da un reticolato viario ad assi ortogonali estremamente razionale, che lasciava ampie fasce inedificate a protezione del perimetro difensivo. L'edilizia privata seguirà un impianto urbanistico semplice e lineare intervallata da imponenti complessi di Ordini religiosi.

Fortunatamente rimane molto delle mura che si estendono per 1680 m., anche se private delle merlature, da contrà Mura Carmini, in prossimità dell'innesto alla cortina altomedievale fino alla cappelletta che sorge in capo al Ponte Nuovo sul Bacchiglione, da qui la cinta, ora sostituita dalle case di contrà del Borghetto verso il fiume, costeggiava il Bacchiglione e si congiungeva alla Porta di Santa Croce. Questa, la cui costruzione si fa risalire al 1381, rappresenta il più cospicuo avanzo delle fortificazioni cittadine, anzi, fiancheggiata com'è ad occidente da una torre quasi intatta assurge addirittura a paradigma della tipologia fortificatoria scaligera.
Dalla porta volgendo per breve tratto ad ovest e rettificando poi l'andamento verso sud-ovest, le mura raggiungono la "Rocchetta". Ancora oggi percorrendo Viale Mazzini possiamo apprezzare l'organico e continuo sviluppo della cinta muraria, libera da superfetazioni, oggi costeggiata da una fascia di prato che in origine era occupata dalla "Piarda della Ragion Vecchie".

La presenza della "torre pentagonale a puntone", quale organo di fiancheggiamento, inserito nel tradizionale ordito murario in opera listata di pietra e laterizi, è un segno della raggiunta maturità dell'arte fortificatoria trecentesca del Veneto.
Il semplice arcone a tutto sesto che, varcando le mura permette la comunicazione con l'interno da via Bonollo è stato realizzato nel 1926.
Se nel 1480 si riscontra ancora la presenza di un castellano nella Rocchetta, già nel 1509, Bartolomeo d'Alviano, nell'ambito del suo grandioso piano difensivo, l'aveva disarmata facendone abbassare le mura.
Prevaleva ormai comunque l'abbandono ad eccezione di un riattamento risalente al 1617, per collocare qui la polveriera solitamente custodita nella torre di Castel San Pietro, sull'"Isola".
La Rocchetta consta di un manufatto su base quadrata di 32 m. di lato con torri angolari scudate circondato totalmente da fossato, a tal scopo fu deviata la Seriola, ora tombinata, con larghezza variabile tra i quattro e dieci metri. Le porte erano munite di ponti levatoi e plurime chiuse. I suoi muri oscillano da uno spessore di m. 3,20 verso la campagna e m. 1,50 verso la città. Attorno si sviluppano edifici per tre piani a servizio della numerosa guarnigione.
Si riscontra una stretta affinità tra la Rocchetta vicentina ed i castelli dei Dalla Scala a Lazise ed a Sirmione, molto meglio conservati.
Dopo la Rocchetta la cinta piegando ad oriente va a congiungersi alle vecchie mura.
Da contrà Mure della Rocchetta si attraversa contrà Porta Nuova, si prosegue per contrà Mure Porta Nuova, la congiunzione tra l'apparato scaligero e quello altomedievale avveniva attraversata contrà Cantarane, in capo alla salita di contrà Ponte delle Bele. All'incrocio tra contrà Porta Nuova, Mure Porta Nuova e Mure della Rocchetta stava la Porta Nuova, lievemente spostata verso sud in modo da cadere in angolo con la parete retrostante la Loggia del Longhena, affacciantesi con le arcate sul lato opposto verso il Giardino Salvi.
L'ipotesi più attendibile fa risalire la costruzione di questa Porta tra il 1388 ed il 1404, da qui l'appellativo di Nuova che resistette, anche se in pessimo stato, fino al 1926.